Paradigmi in Evoluzione 1

bruco_farfallaIntroduzione

Da qualche tempo a questa parte si sente parlare di “umanizzazione delle cure”. L’ambito cui fa riferimento questa locuzione è quello sanitario, all’interno del quale definisce un movimento culturale che si pone l’obiettivo di ripristinare un approccio alla relazione d’aiuto che consideri l’individuo-paziente nella sua interezza; dunque non soltanto come un corpo-macchina da riparare ma un essere umano con una storia, delle emozioni e un temperamento unici. Secondo questa corrente di pensiero la medicina moderna, ipertecnologizzata e ultraspecialistica, ha sacrificato sull’altare dell’efficienza industriale e della burocrazia procedurale nientemeno che la propria Umanità, intesa come capacità di chi cura di riconoscere, accogliere e rispondere in modo integrato ai bisogni specifici dei pazienti. Come se i Sistemi Sanitari e le loro regole avessero progressivamente preso il sopravvento su coloro che li hanno creati, finendo per oscurare le ragioni profonde per le quali erano stati costruiti. Si è diventati bravissimi a combattere le malattie ma non si è più capaci di curare le persone; si fanno interventi chirurgici sempre più sofisticati (ai limiti dell’incredibile) ma non si è in grado di ascoltare un paziente; l’aumento dei successi in sala operatoria è direttamente proporzionale a quello delle denunce a medici e ospedali; si prolunga la sopravvivenza delle persone ma se ne trascura drammaticamente la qualità della vita.  Insomma, sostengono alcuni, è arrivato il momento di prendere un bel respiro e rimettere le cose in ordine: la medicina deve recuperare il proprio Senso, che non sta nella ricerca tecnologica o nella conoscenza in quanto tale, questi sono e devono essere solo strumenti, mezzi; e non sta neanche nei giganteschi interessi economici e nei giochi di potere che si muovono introno ad essa, i quali spesso conducono a pericolose aberrazioni. Il Senso primo e ultimo della Medicina non è nient’altro che la cura dell’essere umano nella sua interezza e integrità; cura che non può prescindere, anzi necessita di un incontro, una relazione profonda fra paziente e care-giver (colui che cura). Se salta o viene stravolta questa relazione, questo incontro, tutto il resto perde valore: rimangono solo processi, protocolli, numeri e statistiche che alimentano un Sistema estremamente complesso ma svuotato di Senso.

   Non è quindi così strano se, come dicevamo, si è progressivamente sviluppato un vero e proprio movimento culturale internazionale volto a mettere in discussione il paradigma vigente (tendenzialmente scientista, meccanicista e utilitarista) e deciso a trovare una forma di sintesi, di conciliazione fra i progressi tecnologici e organizzativi raggiunti finora e, per l’appunto, il recupero di una medicina umana. Certo fa sorridere (amaramente) l’idea che la medicina, come disciplina e come pratica, possa essersi dis-umanizzata, suona quasi come un ossimoro: non dovrebbe esserci nulla di più vicino alla natura umana del prendersi cura dei proprio simili, sembrerebbe la cosa più istintiva del mondo. Eppure constatiamo il contrario e ci troviamo a fare i conti con una revisione profonda del modello di riferimento, con esiti ancora incerti. Ma la vera domanda è un’altra: se le cose stanno così, se addirittura la medicina si è infilata in questo vicolo cieco, cosa potrà mai accadere in altri ambiti? Se la degenerazione dis-umanizzante non è un rischio che incombe solo sul settore sanitario ma è congenito al paradigma di sviluppo che sostiene e alimenta gran parte delle società contemporanee, cosa potrebbe accadere ad esempio all’economia, intesa come Mercato, e con quali conseguenze? La domanda è chiaramente retorica, perché conosciamo già la risposta, la conosciamo fin troppo bene; ha un nome ben preciso, che ormai è risuonato nelle nostre orecchie innumerevoli volte: crisi. La crisi economica che dal 2008 ha investito come un tornado gran parte del mondo industrializzato, ha messo a nudo i limiti di un modello di società e di crescita sul quale avevamo puntato tutto, fisicamente e psicologicamente. “Il banco è saltato”, quest’espressione è ricorsa spesso in articoli, saggi o inchieste che raccontavano la crisi nel suo manifestarsi sempre più inequivocabile. In poco tempo (che è sembrato eterno!) si è passati da un sazio ottimismo ad un’incontenibile paura; paura di perdere tutto: risparmi, certezze, privilegi, garanzie. Un grande punto interrogativo gravava e ancora pesa sulla nostra testa: com’è potuto accadere? Di chi è la colpa? Ma soprattutto: come uscirne? In che direzione muoversi? Le risposte si sono moltiplicate in modo esponenziale: le colpe e le responsabilità sono state più o meno equamente distribuite fra persone, istituzioni pubbliche o private, ma anche fra teorie, idee, correnti di pensiero… mentre le soluzioni hanno preso le forme più disparate: da semplici revisioni, “ritoccatine” del modello neo-liberista fino a vere e proprie rivoluzioni paradigmatiche come la Decrescita Felice o la Bio-Economia, passando per Quarto Capitalismo e Finanza Etica.

   Al di là delle specifiche proposte, ciascuna delle quali non esente da critiche e detrattori, quella che appare come inderogabile è la necessità di riflettere seriamente e collettivamente sugli errori commessi, per almeno provare a imbastire dei tessuti sociali, economici e culturali che si dimostrino più solidi e sostenibili di quelli sperimentati fino ad ora. Non è tanto una questione morale o etica in senso stretto ad esigerlo, quanto un bisogno “fisiologico” della specie: l’ormai conclamata emergenza ambientale nella quale ci troviamo è intimamente connessa a quella economica e da essa dipendente. Lo scriteriato sfruttamento delle risorse naturali, la massiccia compromissione d’interi eco-sistemi vitali per la sopravvivenza umana, il progressivo inquinamento di ampie porzioni di aria, acqua e terra rendono davvero improrogabile un deciso cambio di direzione. Possiamo dire che la dis-umanizzazione dei processi socio-economici globali ha raggiunto un livello di soglia oltre il quale c’è il concreto pericolo che vengano a mancare le condizioni basilari per la vita umana stessa. Ecco allora che forse potrebbe essere utile interrogarsi su quali sono le caratteristiche di questa dis-umanizzazione, i sintomi patologici che questa strana malattia presenta, così da scandagliarne l’intima follia, intesa come condizione di squilibrio abnorme. Forse in questo modo diverrebbe più semplice riconoscere quali sono, al contrario, i tratti che definiscono un sistema socio-economico umanamente sano e i comportamenti che garantiscono la tutela e la promozione di un ben-essere tanto individuale quanto collettivo.

   Questa “riflessione a tappe” intende cimentarsi con tale sfida, con l’intento di fornire al lettore spunti e prospettive fertili e l’auspicio di poter contribuire costruttivamente al dibattito culturale esistente. Non c’è la pretesa né l’intenzione di costruire e proporre un impianto teorico o concettuale compiuto e autonomo; quello che potreste decidere di continuare leggere non è dunque un vero e proprio Saggio, nella misura in cui i temi affrontati, pur all’interno di un percorso espositivo (il più possibile) organico, saranno più d’uno e talvolta apparentemente distanti fra loro. Non è nemmeno un Trattato, mancando della precisa circoscrizione del campo d’indagine e della compiutezza che definiscono quel genere di scritti. Né si può affermare che sia un Manuale, nel senso che non ne ha né la forma, né l’ambizione, né tantomeno la presunta neutralità oggettiva. A ben vedere non è facile ricondurre questo scritto ad un genere letterario univoco; diciamo che esso si pone a metà strada fra il Saggio Critico e il Pamphlet Filosofico. Dal primo mutua l’approccio (critico per l’appunto) nei confronti dei contenuti trattati, nonché lo stile argomentativo; dal secondo l’esplicita parzialità soggettiva (un “secondo me” a premessa di qualsiasi affermazione) e l’urgenza espressiva, oltre che la volontà di rivolgersi ad un pubblico il più ampio e variegato possibile. Chiarito questo, starà poi al singolo lettore valutare l’effettiva efficacia dell’esposizione, così come la solidità delle argomentazioni presentate e l’eventuale condivisibilità dei contenuti esposti.

BUONA LETTURA!

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