Paradigmi in Evoluzione 2

StetoscopioDiagnosi di un paradigma malato

Nel 1836, nel saggio “Sulla definizione di economia politica”, l’economista John Stuart Mill coniò il termine “Homo Oeconomicus”. Con esso si riferiva ad una rappresentazione dell’Uomo che ne delineava le caratteristiche distintive per quanto concerne i comportamenti afferenti alle attività economiche. Intorno a tale concetto, nel corso del tempo si è sviluppato un acceso dibattito, da cui sono scaturite critiche e interpretazioni eterogenee, che di volta in volta hanno posto l’accento su un diverso aspetto della definizione (e relativa teoria) proposta da Mill. Tuttavia, al di là delle progressive riletture e correzioni, è possibile provare a isolare il nucleo essenziale, la convinzione basilare che sta alla radice di questo modello: l’essere umano è mosso esclusivamente dalla ricerca di benessere individuale. Ciascuno persegue il proprio utile personale, tentando di massimizzare i vantaggi derivanti dalle transazioni in cui è coinvolto. In un mondo popolato da homines di questo tipo, il mercato risulta essere quello “spazio” entro il quale persone (fisiche o giuridiche) e soggetti (pubblici o privati) con ruoli e pesi differenti, interagiscono fra loro con fini utilitaristici, per ottenere ciascuno il proprio benessere nel maggior grado possibile. In questa prospettiva Benessere e Utilità sono correlati fra loro, l’uno implica l’altro; inoltre l’unica dimensione ammessa è quella materiale, perché misurabile e dunque valutabile economicamente. Vi sarà dunque una correlazione diretta fra disponibilità monetaria e grado di benessere cui si può accedere; in sostanza: più soldi ho, più benessere posso comprare. Per ovvia conseguenza, il benessere sociale non è nient’altro che la somma degli utili. Ora, proseguendo nella riflessione, quali sono i presupposti e le conseguenze di una visione come quella esposta:

Presupposti

  • L’essere umano è fondamentalmente egoista, ovvero mira soltanto alla miglior soddisfazione dei propri bisogni e desideri di sopravvivenza e benessere;
  • Il piano fisico/materiale è l’unico concepibile;
  • Ciascun individuo è un’unità essenzialmente autonoma, intimamente separata dalla realtà; la sua relazione con essa (tutto ciò che è Altro da sé, inclusi gli altri esseri umani) è dunque necessariamente conflittuale;
  • Obiettivo dell’individuo è affermarsi, imporre la propria esistenza e realizzarla raggiungendo il maggior utile/benessere possibile;
  • Etica e Moralità vanno inquadrate e intese in una prospettiva utilitaristica, ovvero è giusto e virtuoso ciò che garantisce sopravvivenza e benessere fisico/materiale.

Conseguenze

  • L’aggregazione sociale è strumentale ad una maggior possibilità di sopravvivenza e raggiungimento di benessere individuale;
  • La competizione è, in ultima analisi, la modalità relazionale più autentica. Collaborazione e cooperazione sono solamente forme attutite di competizione. Gli esseri umani interagiscono fra loro solo per motivi utilitaristici;
  • Ogni mezzo è potenzialmente lecito per l’ottenimento del proprio benessere, per il raggiungimento di un utile, ovvero: “Se posso permettermi di farlo, è giusto che lo faccia”;
  • Il mercato è in grado di auto-regolarsi dal punto di vista etico e morale: in particolare il libero mercato è essenzialmente virtuoso, cioè tenderà naturalmente verso un progressivo utile/benessere collettivo.

E’ curioso come queste affermazioni, se ben osservate, risultino familiari, assomiglino molto ad alcune delle più profonde e radicate convinzioni tipiche delle società industriali moderne. Come se il concetto di Homo Oeconomicus, nella sua essenza, avesse permeato la cultura in senso più ampio, orientando la storia dell’economia occidentale e più in generale capitalista. Di più, considerata l’importanza e il peso che l’economia ha nello sviluppo sociale, si può addirittura affermare che quello di Homo Oeconomicus sia diventato un modello antropologico. Certamente non l’unico, ma uno dei più incisivi, per una ragione ben precisa: la sua perfetta compatibilità con un paradigma che travalica di gran lunga gli argini dell’economia o delle scienze economiche; una vera e propria Concezione della Realtà sbocciata nella seconda metà del ‘600 con la nascita della Scienza Moderna (fatta coincidere solitamente con la formulazione delle tre leggi di Newton). Grazie alla maggior affidabilità e al benessere che era in grado di garantire, la Scienza prese progressivamente il posto della Religione alla guida della Società occidentale. Emerge quello che viene definito “paradigma meccanicista-determinista”, i cui tratti essenziali possono essere così riassunti:

  • La realtà è oggettiva, ovvero esiste indipendentemente dal soggetto che la percepisce, quindi Soggetto e Oggetto sono due entità nettamente distinte;
  • L’universo possiede delle caratteristiche, delle proprietà oggettive e risponde a precise leggi che possono essere indagate e scoperte;
  • La natura è deterministica, ovvero si regge sul principio di causa-effetto: ad una data causa (o insieme di cause) segue sempre un dato effetto;
  • Lo spazio è tridimensionale e il tempo ha un andamento lineare. L’uno e l’altro sono punti di riferimento assoluti, ovvero identici in tutto l’universo;
  • Gli stessi principi valgono tanto per l’infinitamente piccolo (l’atomo) quanto per l’infinitamente grande (il cosmo);
  • In sostanza l’universo è costituito da materia distribuita nella spazio vuoto che risponde a determinate e, per l’appunto, universali, leggi. E’ una perfetta macchina, un aggregato armonico d’ingranaggi, collegati fra loro ma anche intimamente distinti, separati uno dall’altro. Il modo migliore per penetrare i meccanismi di funzionamento di questa macchina è smontarla, ridurla in pezzi sempre più piccoli, così da studiarne a fondo le parti costituenti. L’essere umano ha come massima ambizione possibile quella di comprendere e imparare a manipolare tali meccanismi, acquisendo pieno potere sulla materia.

 Smisero di essere presi seriamente in considerazione il piano immateriale (energie sottili) e quello trascendente, ritenuti scientificamente indimostrabili e dunque inesistenti: l’unica dimensione concepibile (perché osservabile e misurabile) era quella fisico-materiale, dalla quale potevano essere ricavate non poche soddisfazioni. Tant’è vero che lo sviluppo della tecnologia cui la scienza moderna condusse mise in moto e alimentò quelle rivoluzioni industriali che, nel giro di tre secoli, cambiarono completamente la società occidentale e gli equilibri del mondo intero. Poco importa se, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 la fisica relativistica e ancora di più la fisica quantistica misero completamente in discussione quelle presunte verità assolute che il paradigma meccanicista-determinista aveva sancito. Sebbene le scoperte derivate da queste teorie rivoluzionarie vennero immediatamente applicate dal punto di vista tecnologico e fatte fruttare, le implicazioni filosofiche e addirittura spirituali che ne derivavano rimasero sullo sfondo e appannaggio di pochi interessati. Non c’era alcun macro-interesse (economico) nel coltivarle o diffonderle su larga scala, e le società industriali ormai si reggevano e orientavano in base a tali interessi. L’Homo Oeconomicus, pur con tutte le sue contraddizioni e re-interpretazioni, ha continuato ad essere la rappresentazione dell’essere umano più utile (per l’appunto!) al funzionamento di un sistema troppo forte per essere messo in crisi consapevolmente. Si è dunque dovuto attendere che la crisi sopraggiungesse suo (o meglio nostro) malgrado, che i nodi di un paradigma decisamente limitato arrivassero al pettine. E’ accaduto, verrebbe da dire, l’inevitabile:

  • Le risorse naturali necessarie alla vita hanno iniziato a scarseggiare, ponendo un limite concreto al “benessere” che era possibile raggiungere. La prospettiva consumistica ad libitum, sostenuta da un pressoché incontrollato sfruttamento delle risorse, non è compatibile con la finitezza dell’ambiente che ci ospita e nutre;
  • Più in generale comunque, all’aumento progressivo del benessere disponibile non è corrisposto un aumento del livello di felicità percepita. Il piano fisico-materiale si è rivelato inadeguato a rispondere alla totalità dei bisogni fondamentali dell’essere umano;
  • Il mercato non è stato minimamente in grado di garantire la propria eticità: non solo le ricchezze sono andate distribuendosi in modo mostruosamente disomogeneo, ma chi accumulava più potere poteva permettersi di modificare o aggirare le regole del gioco, sia a discapito degli altri giocatori che del gioco stesso. Ciò ha provocato degli scompensi che sono diventati insostenibili a tuti i livelli (bolle economiche, speculazioni, sfruttamento, disuguaglianze…).

Ci troviamo dunque oggi a constatare ogni giorno di più gli effetti mortiferi di un sistema malato che sta collassando sotto i nostri occhi e a chiederci che cosa, dove abbiamo sbagliato. Sulla base delle considerazioni fatte, ritengo che ad aver fallito sia stata in primis un’idea di Uomo. Ubriacati dagli incredibili successi raggiunti in termini di conoscenze, competenze e comodità (e dunque di potere acquisito) non ci siamo resi conto del patto faustiano che stavamo stipulando con noi stessi. Il paradigma meccanicista-determinista disintegra letteralmente la realtà, la analizza, la seziona, la divide in parti sempre più piccole; ma ciò significa condannare l’essere umano alla solitudine, separandolo dalla natura (che egli può quindi solo ambire a studiare, possedere e controllare) e negandogli qualsiasi prospettiva trascendente. Nella prometeica esaltazione della Ragione, finisce per rafforzare i suoi istinti più distruttivi e violenti: perché all’Uomo-isola, che si percepisce come essenzialmente solo e finito, non resta altro che aggrapparsi a sé stesso, al proprio Ego (o a qualche surrogato), per cercare soddisfazione a desideri che si moltiplicano all’infinito. Entro i limiti di questo modello però è impossibile dare vero sollievo al dolore che la solitudine esistenziale genera; non c’è cura al male, al vuoto che ciascuno avverte dentro di sé. Ne scaturisce necessariamente una società egotica, atomizzata, aggressiva, conflittuale, in cui ognuno, in fondo, lotta come può per la sopravvivenza e l’affermazione di sé: il mercato non è nient’altro che l’arena entro cui si combatte questa eterna battaglia, ciascuno con i mezzi di cui dispone e che si può permettere di usare. L’Homo Oeconomicus è davvero homini lupus e poco più; e serve a poco ammettere che in effetti, al di fuori dell’arena, esistono comportamenti non completamente riconducibili a motivazioni utilitaristiche (la cura dei figli, la solidarietà, il volontariato etc.), e dunque che siamo capaci anche di altre “modalità di funzionamento”. L’essere umano non funziona per compartimenti stagni ed è folle utilizzare differenti approcci antropologici a seconda del contesto di azione dei soggetti. Tuttavia, fino a quando le dinamiche sociali afferenti all’ambito economico continueranno ad essere perpetuate principalmente sulla base di una più o meno consapevole concezione meccanicista-determinista della realtà, le “eccezioni” saranno sempre troppo deboli per poter davvero incidere sulle sorti della specie; e il problema è che, per come stanno le cose, l’Homo Oeconomicus è una creatura prossima all’estinzione, senza alcuna speranza. La domanda allora è molto semplice: possiamo almeno ipotizzare di essere qualcosa di meglio?

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