Paradigmi in Evoluzione 3

Squarcio di luceIpotesi alternative sulla realtà

Prima di rispondere alla domanda che conclude il paragrafo precedente dobbiamo porcene un’altra: ha senso farsi una domanda di questo tipo? Ovvero: è ragionevole ipotizzare che l’essere umano possa davvero rivelarsi fondamentalmente Altro rispetto a ciò che finora è stato? Che possa riconoscersi come qualcosa di (almeno potenzialmente) più ampio rispetto ad un semplice Homo Oeconomicus e che questa consapevolezza possa di conseguenza ridefinire anche le dinamiche economiche? Esistono prove a sostegno di reali alternative, un punto di partenza un po’ più solido rispetto a semplici paure, speranze o fantasie? Qualcosa di più efficace rispetto a leggi coercitive da infrangere o aggirare appena possibile? Di più fondante rispetto a codici etici e morali teoricamente (o teologicamente) perseguibili ma effettivamente contraddetti o manipolati a proprio vantaggio?

   Le risposte a questo tipo di quesiti sono storicamente arrivate dalla Religione. Erano le religioni costituite a conoscere e fornire informazioni circa la natura ultima dell’essere umano e ad indicare la strada da seguire per fare in modo che questa natura si manifestasse a pieno. Sulla base di una Verità (solitamente rivelata) veniva mostrata la strada per raggiungerla. Tuttavia, come abbiamo accennato, a partire dalla seconda metà del ‘600 le cose in occidente sono cambiate. Da quel momento in avanti infatti la Parola di Dio ha dovuto confrontarsi (uscendone sconfitta) con una voce sempre più forte e convincente: quella della Scienza, la cui autorità è andata crescendo anche grazie al progressivo appoggio di potente alleato, l’Economia. Le due hanno stabilito un legame sempre più intenso che nel tempo le ha reciprocamente rafforzate ma anche pericolosamente limitate; questo ponte, questo vincolo ha un nome ben preciso: Tecnologia. Grazie alla tecnologia che la ricerca scientifica sviluppava l’economia (ormai di tipo industriale) prosperava, garantendo alla scienza i fondi per proseguire nella ricerca e generare nuova tecnologia. In una prospettiva di crescita (produzione e consumo) illimitata, ancorata solidamente ad un paradigma come quello meccanicista-determinista e con l’Homo Oeconomicus come modello antropologico di riferimento, sembrava di aver trovato la miglior combinazione possibile per raggiungere la Felicità e dar compimento alle potenzialità della creatura Uomo. Di certo questo meccanismo ha, nel giro di tre secoli, trasformato il mondo, almeno all’apparenza: purtroppo, a conti fatti, non è facile oggi sostenere che quello in cui viviamo sia un mondo complessivamente migliore rispetto a quello del 1700. Una minima parte di popolazione usufruisce di un benessere spaventosamente superiore rispetto alla restante parte, senza che questo abbia comunque placato desideri, ansie o paure dei pochi “fortunati”; inoltre, per sostenere tale benessere viene consumata una quantità percentualmente mostruosa delle risorse naturali complessive, ormai in esaurimento. Per finire, questo equilibrio forzato è sempre più messo a repentaglio dagli scompensi ecologici, economici e sociali che sono stati generati per ottenerlo e mantenerlo. Insomma, se era la felicità quella che andavamo cercando, probabilmente abbiamo sbagliato strada; e se siamo il massimo compimento delle potenzialità umane, allora forse era meglio che restassero inespresse!

   Di sicuro, le dinamiche aberranti innescate dal doppio legame che ha progressivamente vincolato Scienza ed Economia, hanno dato un contributo sostanziale alla creazione dei problemi sopraelencati:

  • La Scienza si è trovata ben presto a dipendere dall’Economia Industriale e dai suoi contributi per sostenere i costi che la ricerca necessitava, sacrificando spesso autonomia di pensiero e di scelta;
  • Gli ambiti e i progetti scientifici sui quali si è investito di più in termini di ricerca sono quelli dai quali potevano derivare i maggiori vantaggi strettamente economici in termini di utilizzo dei risultati ottenuti. Minore era il vantaggio economico industriale prospettico, minore l’investimento;
  • Ricerche e scoperte potenzialmente pericolose, ovvero controproducenti per gli interessi economici dei committenti o più in generale destabilizzanti per gli “equilibri di mercato” sono state accantonate o inibite.

Nonostante questi problemi (di sicuro non indifferenti) per parecchio tempo le due “alleate” hanno però continuato a condividere perlomeno lo stesso paradigma di riferimento. La Realtà con la quale Scienza ed Economia si confrontavano, con modalità e obiettivi molto differenti ma in fondo compatibili, era la stessa: visibile, tangibile, misurabile, riproducibile. La comprensione dei meccanismi di funzionamento della natura e dunque il pieno controllo sulla materia era qualcosa per cui entrambe ritenevano utile collaborare. Tuttavia, a un certo punto, anche questa comunanza di prospettive ha cominciato a venir meno, almeno teoricamente: intorno alla fine del XIX secolo la Scienza, in modo del tutto inaspettato, si è scontrata con una serie di “anomalie” (nate a seguito di esperimenti) che hanno innescato una lunga e complessa sequenza di ipotesi e teorie le quali a loro volta, nel giro di mezzo secolo, hanno smantellato le fondamenta del meccanicismo-determinismo. Quasi all’improvviso, ci si è trovati proiettati in un nuovo e più ampio livello di comprensione della Realtà, che stravolgeva completamente le certezze e le convinzioni sulle quali la Scienza moderna aveva costruito la propria fortuna e identità. Due in particolare sono stati i passaggi cruciali che hanno scandito questa rivoluzione paradigmatica: la formulazione delle Teorie della Relatività da parte di Albert Einstein e successivamente la nascita (e lo sviluppo) della Fisica Quantistica. Partendo dalla prima, la fisica relativistica arrivò a dimostrare che:

  • Spazio e Tempo non sono dimensioni assolute bensì relative, relative al sistema di riferimento preso in considerazione e alla sua velocità. Quanto più ci si avvicina alla velocità della luce tanto più, relativamente ad un osservatore esterno al sistema, il tempo si dilata e lo spazio si contrae;
  • Spazio e Tempo inoltre non possono essere considerate come dimensioni indipendenti fra loro, al contrario formano un tutt’uno indivisibile chiamato spaziotempo, quadridimensionale;
  • L’universo intero è immerso, sospeso, in un reticolo spaziotemporale, che viene deformato, o meglio curvato, dalla massa dei pianeti;
  • Quella della luce è una velocità limite, ovvero niente si può spostare nello spazio ad una velocità superiore.

Al di là dell’enorme portata fisico-matematica del lavoro di Einstein, le teorie della relatività mostrarono alla Comunità Scientifica due scomode evidenze: per prima cosa che la comprensione assoluta e definitiva della macchina-universo, posto che fosse possibile (cosa di cui Einstein dubitava), era tutt’altro che prossima, come invece molti ritenevano; in secondo luogo che il “buon senso comune”, considerato da Newton la bussola della ricerca scientifica, poteva essere ingannevole. In parte perché influenzabile da pregiudizi e convinzioni per nulla scientifici (che finiscono per stabilire aprioristicamente cosa è possibile e cosa non lo è); in parte perché gli stessi 5 sensi forniscono una percezione grossolana e addirittura fuorviante della realtà (la contrazione e dilatazione di spazio e tempo non sono percepibili direttamente, ma nondimeno si verificano). Il vero scienziato doveva quindi essere in grado di trascendere tanto il senso comune quanto i propri stessi sensi per riuscire ad andare oltre l’apparenza ingannevole delle cose. Fortunatamente, perlomeno il secondo limite (quello sensoriale) poteva essere superato ricorrendo all’aiuto della tecnologia.

   Fu proprio grazie allo sviluppo dei sofisticati macchinari costruiti per studiare la realtà microscopica che la Scienza, agli inizi del ‘900, si trovò (quasi casualmente) di fronte a scoperte che mandarono letteralmente in tilt ogni buon senso: il dualismo onda-particella e, successivamente, la postulazione del fenomeno dell’entanglement, sancirono definitivamente la fine della fisica moderna (sempre validissima, ma in grado di spiegare la realtà solo fino a un certo livello) e l’avvento della fisica quantisitica. Quest’ultima vantava una paternità plurima, nel senso che sono stati in molti a contribuire alla sua progressiva (e ancora inconclusa) definizione: Max Planck, Niels Bohr, Erwin Shroedinger, Wolfgang Pauli, Werner Heisenberg… I più grandi passi in termini di comprensione della realtà, negli ultimi 100 anni, sono avvenuti all’interno di (o a partire da) questa nuova frontiera cui la Scienza ebbe accesso. Senza soffermarsi sugli specifici esperimenti e sulla complessa cronistoria di questa incredibile avventura (la cui conoscenza è peraltro consigliata), in che modo la fisica quantistica allarga e trasforma la visione meccanicista-determinista che la scienza moderna aveva consolidato? Lo fa ipotizzando e dimostrando che:

  • La materia non è piena come sembra e lo spazio non è vuoto come appare: l’universo è energia che vibra a frequenze differenti. Ciò che chiamiamo materia non è altro che energia “condensata”, una manifestazione temporanea che emerge da un oceano di infinite potenzialità in continuo movimento. Disse Werner Heisenberg (premio Nobel nel 1932):

“Gli esperimenti hanno mostrato nello stesso tempo che le particelle possono essere create da altre particelle o semplicemente dall’energia cinetica di tali particelle, e possono di nuovo disintegrarsi in altre particelle. Realmente gli esperimenti hanno mostrato la completa mutabilità della materia. […] Tutte le particelle sono fatte della stessa sostanza, che può essere chiamata energia o materia universale; sono soltanto forme diverse in cui la materia può manifestarsi”

  • La netta separazione fra soggetto e realtà percepita scompare: la percezione di un fenomeno modifica intimamente il fenomeno stesso. L’essere umano non può illudersi di studiare il mondo, l’universo, da dietro un vetro. La sua stessa presenza, esistenza, impatta su tutto ciò con cui si relaziona, anche solo in termini di osservazione. Salta il concetto di “oggettività”, intesa nel senso di indipendenza completa fra fenomeno e percezione dello stesso.  Come ebbe modo di dire Erwin Shroedinger (premio Nobel nel 1933):

“Soggetto e oggetto sono una cosa sola. Non è possibile dire che la barriera fra loro sia stata abbattuta in seguito alle recenti scoperte della fisica, perché tale barriera non è mai esistita. Mondo esterno e coscienza sono un’identica cosa perché quello, come questa, si compongono degli stessi elementi”

  • L’interazione di due particelle crea fra di esse una relazione non-locale, ovvero: se anche dovessero venir separate e a prescindere dalla reciproca distanza, qualsiasi alterazione di stato di una delle due modificherà istantaneamente lo stato dell’altra; come se potessero comunicare “telepaticamente”, anzi, come se fossero la stessa entità. Viene dunque ammessa una modalità di correlazione fra eventi ulteriore e più profonda rispetto a quella di causa-effetto. A partire (anche) da questa scoperta, ne deriva una concezione dell’universo completamente rivoluzionata: non più considerato e studiato come una macchina fatta di ingranaggi distribuiti nello spazio vuoto che interagiscano fra loro secondo leggi deterministiche in base a processi di causa-effetto; in questa nuova prospettiva l’universo è piuttosto una specie di organismo (verrà introdotto il termine “campo”) unico, totalmente interconnesso e interdipendente, continuamente in movimento/trasformazione. Secondo Giuliano Preparata, padre della Teoria Quantistica dei Campi:

“L’Universo è un unico campo. Il campo é la Oneness dell’Universo. La Oneness é il trionfo dell’unità, é l’unità del mondo, è che il mondo é UNO e le particelle e ogni fenomeno sono un aspetto di questa Oneness. In altre parole, il mondo é uno, e tu lo parcellizzi con la tua scelta di osservarlo in una certa maniera. L’osservatore non vede più tutto il mondo, ma ne vede un pezzo, ne taglia una porzione e vede cosa succede in quel pezzo… ma ciò non significa che tu possa rompere o disgregare l’unità dell’Uno: l’origine é l’Uno e questa é la base del Tutto.”

  • L’essere umano non è un pezzetto isolato di materia che ha come massima ambizione quella di controllare e dominare altri pezzi di materia in attesa di scomparire nel nulla; è parte integrata e integrante di un tutto che partecipa a manifestare attraverso la sua stessa esistenza. La coscienza gioca un ruolo cruciale in questo dinamica relazionale: è quel “qualcosa in più” che dà all’Uomo la possibilità (almeno potenziale) di percepire e interagire consapevolmente con questo Tutto. Come disse David Bohm, uno dei più importanti fisici della seconda metà del secolo:

“Ad un livello molto profondo la materia e la coscienza sono completamente inseparabili e interconnesse, proprio come in un videogame il giocatore e lo schermo sono uniti dalla partecipazione a un processo comune. In questa visione, la mente e la materia sono due aspetti di un unico tutto e non sono più separabili di quanto non lo siano la forma e il contenuto”

   La Scienza si era trovata di colpo a contemplare un orizzonte completamente nuovo e inaspettato, e pur non potendo negare ciò che aveva trovato, non sapeva come farlo convivere con quello che già conosceva: le due prospettive apparivano davvero incompatibili. Sembrava di essere finiti in una specie di film di fantascienza, reso ancora più pazzesco dal fatto che le parole dei più eminenti scienziati che la società moderna e materialista aveva generato assomigliavano in modo inquietante a quelle di filosofi e mistici di altri tempi e culture; come se stessero provando a descrivere la stessa verità in due lingue differenti. Giusto per fare qualche esempio, nel ‘Chuang-Tzu’, uno dei testi fondamentali del Taoismo (III secolo a.c.), si trova scritto…

“Non chiedere se il principio è in questo o in quello; è in tutti gli esseri. E’ per questo motivo che riferiamo ad esso gli epiteti di supremo, universale, totale… Esso ha disposto che tutte le cose debbano essere limitate, ma è esso stesso illimitato, infinito. […] Tutto procede da lui ed è sotto la sua influenza. Esso è in tutte le cose ma non s’identifica con gli esseri perché non è differenziato né limitato”

Oppure nelle Upanishad, i testi sacri della tradizione Induista (VIII-IIII secolo a.c.), si incontrano parole come queste…

 “Come il vento, che è uno, assume nuove forme ovunque esso entri, così lo spirito, che è uno, assume forme nuove negli esseri viventi. Esso è in tutte le cose ed anche fuori di esse… Esiste un solo regolatore, lo spirito che è in tutte le cose e che modella la sua unica natura in molte forme. Soltanto i saggi che lo vedono nelle loro anime raggiungono la gioia eterna”

O ancora, facendo riferimento alla tradizione Cristiana; Meister Eckart, uno dei più importanti teologi e mistici della tradizione medioevale, domanda…

“Quando un uomo è in uno stato di semplice comprensione? Rispondo, quando un uomo vede una cosa separata dall’altra. E quando, invece, è al di sopra di una semplice comprensione? E così io rispondo, quando un uomo vede tutto in tutto, allora egli si trova al di là della semplice comprensione”

Per quanto incredibile, in un certo qual modo la comprensione della Realtà cui la fisica quantistica aveva aperto le porte consentiva addirittura di recuperare (a piccoli passi e con le debite attenzioni) quella dimensione spirituale che il paradigma meccanicista-determinista negava categoricamente.

   Insomma, almeno sulla carta c’erano tutti i requisiti per una rivoluzione paradigmatica che avrebbe dovuto trasformare radicalmente non solo la Scienza, ma tutta la società occidentale; renderla in un certo senso più “saggia”, più consapevole dell’insensatezza di continuare a perseguire modelli di sviluppo (capitalismo), agire comportamenti (utilitaristici) e alimentare prospettive (materialiste) riconducibili al meccanicismo-determinismo. Eppure, come possiamo constatare, ciò non è accaduto: per quale ragione? Non si può certo dire che fisica relativistica e fisica quantistica siano state accantonate, boicottate o limitate, tutt’altro; dal loro sviluppo derivano alcune delle più importanti tecnologie oggi a nostra disposizione: il laser, il microscopio elettronico o i macchinari per la risonanza magnetica usati in medicina, i superconduttori, l’energia atomica e nucleare… Non possiamo quindi neppure ipotizzare che siano mancati fondi per la ricerca: gli interessi economici di governi e industrie per sostenere studi e sperimentazioni sono stati più che sufficienti a motivare cospicui e continui investimenti. Ma allora che cosa ha impedito a queste nuove, rivoluzionarie teorie e alle intuizioni cui davano accesso di diffondersi rapidamente e impattare sulla società com’era avvenuto all’epoca di Newton e delle sue leggi? Probabilmente la risposta può essere condensata in una sola parola: stabilità. La società (in senso ampio) non era in grado di accettare e forse nemmeno di concepire la Realtà che soprattutto la fisica quantistica rivelava. La comunità scientifica in primis si è trovata in grosse difficoltà nel metabolizzare le implicazioni delle scoperte cui essa stessa era giunta, soprattutto dal punto di vista filosofico e concettuale: farlo voleva dire mettere in discussione certezze e convinzioni su cui un intero sistema poggiava, e in pochi erano disposti a farlo fino in fondo. Non sono mancate ovviamente le critiche, gli attacchi e tutte quelle resistenze che sempre accompagnano le grandi transizioni. Il dibattito accademico si è quindi focalizzato principalmente sugli aspetti matematici delle teorie (e delle loro progressive elaborazioni), certamente molto complessi ma meno “pericolosi”, lasciando tutto il resto sullo sfondo. Inoltre le resistenze non arrivavano solo da dentro la comunità scientifica: le speculazioni filosofiche troppo azzardate non interessavano nemmeno all’Economia. All’industria o ai governi (ovvero a chi deteneva il potere economico) importava poco o nulla di nuovi paradigmi e rivoluzioni teoretiche. Ciò che desideravano gli investitori era, come sempre, la tecnologia: la Scienza, dal loro punto di vista, doveva continuare ad occuparsi semplicemente di tradurre le nuove conoscenze raggiunte in “strumenti” che alimentassero il processo di crescita e sviluppo della società industriale.

   Ed è così che le cose si sono sistemate in modo tale da salvaguardare le dinamiche e gli equilibri esistenti, affinché nulla cambiasse davvero. Cosicché la piena consapevolezza e portata delle intuizioni che lo studio delle particelle elementari aveva generato sono rimaste appannaggio quasi esclusivamente degli addetti ai lavori; mentre al grande pubblico sono arrivati solo nuovi oggetti, nuove cose da desiderare per rincorrere il benessere personale senza chiedersi nulla di più. La transizione è stata in sostanza depotenziata, senza che vi fosse probabilmente un’esplicita intenzione di farlo; forse semplicemente non c’erano le condizioni per cui potesse manifestarsi in tutta la sua potenza, perlomeno in tempi brevi. C’era bisogno di un periodo di maturazione più lungo, che desse modo ai semi delle nuove intuizioni di diffondersi pian piano e germogliare lentamente, preparandosi per la fioritura. C’era bisogno soprattutto che il paradigma meccanicista-determinista rivelasse i suoi limiti e paradossi in modo eclatante e a tutti i livelli. C’era bisogno che le conseguenze di dinamiche socio-economiche fondate principalmente su capitalismo, materialismo e utilitarismo rendessero evidente l’impossibilità di procedere oltre in quella direzione.

   Forse, oggi, il momento è arrivato, forse siamo pronti a valutare seriamente delle alternative, in buona parte perché costretti a farlo. Le condizioni precarie in cui ci troviamo e le prospettive molto poco rassicuranti circa la sostenibilità dei nostri modelli di sviluppo ci obbligano ad immaginare scenari differenti. La scienza dice che non solo è possibile, ma necessario. Sostiene che la Realtà non è, come per molto tempo abbiamo creduto, una somma di pezzi separati fra loro che ogni tanto urtano uno contro l’altro; che noi non siamo delle entità intrinsecamente autonome e auto-definite, né siamo macchine deterministiche che per sopravvivere e affermare la propria esistenza possono solo entrare in conflitto con ciò che le circonda. Oggi la Scienza, al contrario, ci suggerisce che le parole chiave per comprendere tanto l’universo quanto noi stessi sono: interconnessione, interdipendenza, relazione, partecipazione, integrazione. Questi sono i concetti dai quali partire per imbastire (o forse è meglio dire accogliere) una nuova visione del mondo, più ampia, più spaziosa, più prossima alla Verità. E’ giunto il tempo di riconoscere che, come dice David Bohm…

 “Le profonde e diffuse divisioni fra esseri umani (per razza, nazione, religione, famiglia, professione etc.) che ora ci impediscono di lavorare insieme per il bene comune e, ancora prima, per sopravvivere, hanno fra le loro principali origini un modello di pensiero che tratta le cose come intimamente divise, disconnesse, e le suddivide in parti ancora più piccole. Ogni parte viene poi considerata essenzialmente indipendente ed esistente di per sé. Quando si pensa a sé stessi in questo modo, naturalmente si tenderà a difendere e affermare i bisogni del proprio Ego, in contrasto con quelli altrui; e la stessa cosa accadrà fra differenti gruppi di persone. Se anche una persona riuscisse a identificarsi con i bisogni dell’intero genere umano finirebbe per porsi in contrasto con la natura. E così via all’infinito. La visione del mondo di un essere umano è fondamentale per dare ordine alla sua mente. Se pensa alla realtà come costituita da frammenti indipendenti la sua mente sarà portata ad operare di conseguenza; ma se riesce ad includere la realtà in un tutto coerente e armonico, indiviso, ininterrotto e senza limiti, allora la sua mente tenderà a muoversi in quella direzione, e da ciò deriverà un’azione integrata al tutto.”

La consonanza fra questo tipo di riflessioni e quanto affermato da praticamente tutte le più antiche tradizioni spirituali e sapienziali di cui siamo a conoscenza ci conferma che forse qualche spiraglio di luce effettivamente c’è. La prossima domanda a questo punto è la seguente: qual è il ruolo dell’essere umano in questo nuovo paradigma?

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