Paradigmi in Evoluzione 4

campi_elettromagnetici_umani_400Nuove prospettive antropologiche

Abbiamo constatato in che modo la comprensione della realtà maturata negli ultimi 100 anni abbia portato con sé un potenziale trasformativo che va ben oltre i confini della scienza, dandoci l’opportunità di riconsiderare la nostra intera visione del mondo e di noi stessi. Ridotto ai minimi termini, lo scarto cruciale fra il paradigma meccanicista-determinista e quello quantistico-relativistico consiste nel passaggio da una concezione frammentata dell’universo ad una integrata, ovvero: nel primo il concetto chiave era quello di Separazione, nel secondo è quello di Appartenenza. La fisica classica, quella di Newton, facendo totale affidamento sui 5 sensi, considera evidente di per sé l’intrinseca frammentazione della realtà, composta da pezzi separati di materia distribuiti nello spazio; considera altrettanto auto-evidente la netta distinzione fra soggetto e ciò che è Altro dal soggetto. Compito dell’uomo-soggetto è analizzare la materia (compresa quella che di cui è composto) e i fenomeni che la coinvolgono per coglierne le proprietà e le leggi che ne regolano il “funzionamento”, tanto a livello microscopico quanto a livello macroscopico (le dimensioni non fanno alcuna differenza). Lo “strumento” che guida il processo di conoscenza è la Ragione, somma evoluzione delle potenzialità umane. Attraverso di essa è possibile raggiungere una conoscenza oggettiva e assoluta, definitiva, della Realtà, che rappresenta il fine ultimo dell’essere umano. L’oggettività e quindi la sussistenza reale di un qualsiasi fenomeno è sancita dalla sua percepibilità intrinseca e riproducibilità. Tutto ciò che non può esser percepito e replicato da chiunque e a prescindere dalle variabili che non coinvolgono direttamente il fenomeno è pura speculazione o fantasia e dunque non esiste. In base a queste premesse il processo di conoscenza non può che consistere in una continua frammentazione, segmentazione, riduzione, della Realtà nelle sue varie componenti, presupponendo una distinzione ontologica fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, qualsiasi sia l’oggetto. Evidentemente l’unico mondo che ha senso esplorare, conoscere e (potendo) dominare è quello materiale; di tutto ciò che non appartiene a tale sfera (ad esempio le emozioni, i sogni, la coscienza stessa…) si può solo cercare di risalire alle cause materiali, e nient’altro. Quali possono essere le implicazioni antropologiche di un approccio come questo? Quali caratteristiche tenderà a manifestare un essere umano che si forma all’interno di una cornice paradigmatica come quella descritta?

  • Innanzitutto è tendenzialmente proteso verso l’esterno, verso tutto ciò che è Altro da sé. Ma farà comunque la stessa cosa anche quando si relazionerà con sé stesso, ci sarà sempre una distinzione fra soggetto e oggetto.
  • Conoscere la Realtà significa misurarla (il che implica il confronto, la comparazione) con l’obiettivo, in ultima analisi, di dominarla, possederla, così da trarne il maggior piacere possibile e fuggire il dolore;
  • Il desiderio fa da leitmotiv all’esistenza: desiderio di ottenere piacere e di fuggire il dolore. Piacere e Dolore sono i criteri discriminanti fondamentali in base ai quali la Realtà viene interpretata;
  • La struttura psichica predominante sarà ciò che chiamiamo Ego; l’identità personale viene fatta coincidere con l’Ego, che si definisce e rafforza attraverso la relazione (identificazione) con tutto ciò che l’individuo considera proprio (sia esso concreto, una macchina, o astratto, una professione) e in opposizione a qualcos’altro (io sono bianco, non sono nero);
  • L’Ego si manifesta con il pensiero (dialogo interiore) essenzialmente giudicante, che interpreta ininterrottamente ciò che accade (sia esso reale o immaginato) consolidando il fondamentale dualismo piacere/dolore;
  • Le “dimensioni” cui verrà dato maggior valore e attraverso le quali si cercherà di dar senso alla propria esistenza saranno quindi quelle del Conoscere e del Fare, poste al servizio dell’Ego;
  • Mediante tutti questi processi l’Ego alimenta l’illusione di un’esistenza intrinseca, messa però a repentaglio dall’impermanenza con cui l’individuo si confronta e scontra continuamente;
  • E’ quindi credibile ipotizzare che l’ansia derivante dall’assenza di una prospettiva trascendente (considerata inesistente perché non dimostrabile, secondo i criteri sopra esposti), porterà l’individuo a trovare riparo nel possesso (in tutte le sue declinazioni) e nella ricerca di piacere/benessere, a conferma della propria esistenza;
  • Ciò farà emergere, plausibilmente, comportamenti guidati da emozioni primordiali, direttamente collegate all’istinto di sopravvivenza, che consolidano il senso di separazione fra sé e “il mondo”. In particolare due saranno le emozioni più presenti in termini di frequenza, pur con intensità e tipologie di manifestazione molto variegate: rabbia e paura;
  • Ecco quindi che, in generale, anche la relazione con gli altri individui sarà orientata fondamentalmente alla ricerca di piacere e alla fuga dal dolore.

   Se incrociamo questo profilo antropologico con le convinzioni di base del paradigma meccanicista-determinista, non dovrebbe risultare difficile riconoscere le radici della stragrande maggioranza dei problemi con i quali ci stiamo confrontando, tanto a livello sociale quanto individuale. Per riprendere quanto già accennato, l’Homo Oeconomicus è una “naturale” rappresentazione, un comprensibile modello di riferimento per una società che è andata definendosi adottando principalmente una prospettiva come quella descritta. E lo stesso dicasi del capitalismo come prioritario sistema di sviluppo concepito e dell’utilitarismo individualista come modus vivendi largamente consolidato. Questo non vuol dire che non ci siano state proposte alternative, istanze o modalità differenti che sono nate e cresciute parallelamente a queste macro-dinamiche; ma nessuna di esse, pur influenzandole, ha però mai avuto la forza necessaria a trasformarle radicalmente (dalle battaglie per i diritti civili a quelle per l’ambiente, dai sistemi di welfare ai progetti di disarmo). Detto ciò, non è possibile negare né tantomeno s’intende minimizzare o demonizzare i traguardi raggiunti. La quantità e vastità di conoscenza teorica e applicata conquistata grazie all’approccio meccanicista-determinista è stata sbalorditiva: abbiamo capito e imparato a manipolare il “mondo materiale” in modo straordinario, a qualunque livello e in ogni ambito, così come ci eravamo ripromessi, come credevamo fosse giusto fare. Possiamo dire che, semplicemente, abbiamo trovato quello che stavamo cercando, convinti che fosse il miglior modo possibile per raggiungere la felicità. Il punto è che, oltre ad aver mancato il bersaglio (scoprendo che i concetti di felicità e di piacere/benessere/comodità non sono completamente riducibili fra loro), abbiamo finito col mettere a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza, trovandoci costretti a riconsiderare i presupposti della ricerca. La cosa davvero paradossale è che la scintilla che ha innescato questa ridefinizione paradigmatica (ancora per molti versi solo potenziale) è nata al culmine del processo separativo seguendo il quale abbiamo esplorato la Realtà: muoversi verso un’estremità ci ha condotti all’estremo opposto. Concretamente, nel tentativo di risalire al punto-limite della conoscenza, ovvero all’individuazione del frammento-base dell’universo, il “mattoncino” fondamentale a partire dal quale tutto si compone, la materia è andata svanendo, portando alla luce una verità tanto inaspettata quanto rivoluzionaria: al di là di un apparente e illusoria frammentazione, separazione, la Realtà è intimamente interrelata, interconnessa e interdipendente, la sua caratteristica principale (se così si può chiamare) è l’Unità. L’essere umano è parte integrata e integrante dell’Unità, anche se può non percepirlo superficialmente; non solo, partecipa continuamente a crearla, manifestarla, attraverso la relazione con tutto ciò di cui fa esperienza. Questa comprensione, che ha richiesto decenni per essere metabolizzata anche solo all’interno del mondo scientifico (processo tutt’altro che concluso), diventa il punto di partenza per la formulazione di una visione quantistico-relativistica della Realtà (cioè ancorata alle scoperte derivanti da tali teorie) ancora in fase embrionale. Questo nuovo paradigma non nega la validità e l’utilità delle conoscenze acquisite dalla scienza “classica”, ma le inquadra in una prospettiva più ampia e profonda, che rivela il limite concettuale dell’approccio meccanicista-determinista. Per prima cosa i fenomeni fisici, qualunque essi siano, non possono essere considerati isolatamente, ovvero a prescindere dal contesto nel quale sono inseriti. Ciascun ente o evento osservato va messo in relazione all’ambiente e al sistema di interdipendenze di cui è parte, tenendo presente che l’osservatore è incluso in quel sistema. Inoltre, essendo venuta meno la linea di demarcazione fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, così come il concetto tradizionale di materia, l’idea stessa di oggettività risulta messa in discussione; vanno ripensati i criteri che definiscono la scientificità di una scoperta o di un’indagine, per poter essere applicabili anche ad ambiti di ricerca e fenomeni che la scienza ufficiale escludeva categoricamente: energie sottili, rapporto fra mente e materia, persino la vita ultraterrena. Per quanto bizzarre appaiano (se osservati con “occhi meccanicisti”), queste tematiche smettono di essere taboo, anche grazie allo sviluppo di tecnologie che consentono di effettuare rilevazioni sempre più sottili. Peraltro l’allargamento delle maglie che la nuova cornice di riferimento consente apre la strada al dialogo e all’integrazione fra scienza occidentale e ulteriori sistemi di conoscenze provenienti da culture ed epoche differenti (medicina tradizionale cinese e ayurvedica, psicologia buddhista, sciamanesimo…), con risultati decisamente fertili.

   Ora, qual è la concezione antropologica che può derivare dalla visione quantistico-relativistica della Realtà? Quali possono essere i tratti distintivi di un individuo che ne ha compreso i presupposti e riconosciuto le implicazioni?

  •  E’ consapevole dell’interdipendenza fra osservatore e oggetto d’osservazione, la sua attenzione non è più solo rivolta verso i fenomeni (siano essi fisici o psicologici) ma alla relazione fra sé e i fenomeni con i quali entra in contatto. Si sviluppa una sorta di meta-consapevolezza;
  • Ha realizzato che conoscere la Realtà significa quindi conoscere sé stessi, acquisire consapevolezza dei meccanismi di interazione fra soggetto conoscente e oggetto percepito così da sottrarli all’automatismo reattivo;
  • La sua massima aspirazione dunque non è né la conoscenza né il dominio della materia, giacché la prima è, di per sé, inutile e il secondo puramente illusorio e in quanto tale, insoddisfacente. L’unica vera “meta” che valga la pena raggiungere è la consapevolezza dell’Unità; è solo grazie ad essa che il dolore esistenziale derivante dal senso di separatezza e la bramosia che ne consegue si placano: in ciò risiede il potenziale umano;
  • I propri sensi, la ragione, ma anche l’intuizione, le emozioni, l’immaginazione, tutto ciò che caratterizza e definisce un essere umano sono solo strumenti, mezzi, per accedere alla consapevolezza dell’unità;
  • La struttura psichica dell’Ego permane, quella che si dissolve è l’identificazione con essa. L’Ego (che possiamo chiamare “piccolo sé”) è utilizzato funzionalmente per svolgere mansioni operative, ma è morbido, permeabile, perché sostenuto da una consapevolezza più ampia (che possiamo chiamare “Sé superiore”) che non si identifica con forme e contenuti (fisici o mentali), ma si limita a contemplare l’esistenza stessa;
  • Ecco quindi che emerge una dimensione ulteriore rispetto a quelle del Conoscere e del Fare, ovvero l’Essere, che dà una base e un senso alle altre due;
  • La consapevolezza, il contatto diretto con la dimensione dell’essere pacifica l’ansia esistenziale (che alimentava emozioni e stati emotivi separativi, distruttivi) e rende possibile l’emersione di emozioni e sentimenti di livello superiore, inclusivi, integrativi: compassione, equanimità, gioia simpatetica, gentilezza amorevole;
  • La vita relazionale, sociale è quindi strumento e occasione fondamentale per fare esperienza dell’interdipendenza e unità che caratterizza intrinsecamente la realtà, al di là di qualsiasi apparenza, per quanto piacevole o dolorosa.

E’ piuttosto facile immaginare quanto pacifica, a tutti i livelli, sarebbe una società, una comunità umana, composta da individui che abbiano maturato una visione del mondo e dell’Uomo come quella tracciata. Le dinamiche profondamente competitive che siamo abituati a subire o agire e che per molti versi reputiamo imprescindibili, connaturate a ciò che siamo, lascerebbero il posto a rapporti più orientati alla cooperazione, alla reciprocità, diminuendo l’intensità e la diffusione dei conflitti e delle tensioni sociali. Per quanto tale prospettiva possa sembrare irrealistica o addirittura utopica, essa è realizzabile, per il semplice fatto che è conforme alla natura ultima della Realtà e accessibile con gli “strumenti” di cui disponiamo.

   Per riprendere e ribadire quanto affermato all’inizio del paragrafo, ci troviamo di fronte ad una transizione cruciale che travalica gli argini della Scienza e coinvolge l’essere umano nella sua interezza: mentre il paradigma meccanicista-determinista implica e genera separazione, la visione quantistico-relativistica presuppone e orienta verso l’integrazione. Le due prospettive non sono tuttavia antitetiche fra loro, quanto piuttosto una l’evoluzione dell’altra, nel senso che la seconda include la prima: stiamo comprendendo (a nostre spese) che tutti i processi separativi, prima o poi, conducono inevitabilmente all’irrigidimento, alla chiusura, all’isolamento, alla sofferenza, alla morte, a qualsiasi livello (fisico, psicologico, sociale, economico, ambientale…); viceversa, i processi integrativi promuovono il movimento, la relazione, l’apertura, la pace, la vita. Ciò però non significa che i primi siano di per sé sbagliati o inutili, tutt’altro, ma vanno utilizzati mantenendo la consapevolezza dell’appartenenza all’Unità, dell’intrinseca interdipendenza di qualunque “pezzo” di Realtà preso in considerazione. E’ evidente che una trasformazione così profonda e radicale impatta e coinvolge qualunque attività umana, riorientando i comportamenti a 360 gradi. Ciò significa che anche l’Economia, motore trainante di una società moderna, dovrebbe essere rivoluzionata alla luce di quanto compreso: il fantomatico Homo Oeconomicus andrebbe sostituito con una rappresentazione più completa e ampia dell’Essere Umano, che ne contempli la totalità dei bisogni e delle potenzialità. La domanda quindi ora è: come potrebbe manifestarsi e in cosa potrebbe tradursi questa rivoluzione?

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