Paradigmi in Evoluzione 5

Mondo ManiEconomia Umana

Sostenere che l’attuale modello di sviluppo economico delle società industriali sia essenzialmente separativo è, alla luce di quanto detto nel precedente paragrafo, un’ipotesi quantomeno giustificata. Cerchiamo di capire perché: nella misura in cui ciascun agente (economico) mira principalmente all’ottenimento di un utile personale (che gli garantisce un certo benessere), la transazione è il mezzo attraverso il quale intende ottenere tale profitto e la realizzazione di utili consente di poter generare nuove transazioni. A prescindere dalla maggiore o minore “equità” della transazione, per ciascun agente l’Altro risulta quindi essere un strumento per raggiungere il proprio scopo, ovvero l’utile. Il punto è che, in questa prospettiva, il centro, il perno intorno al quale l’economia ruota è il profitto, relegando l’essere umano ad un ruolo strumentale. Questo meccanismo è estremamente pericoloso, perché finisce per sottomettere l’Uomo al sistema che egli stesso crea, facendolo diventare “carburante” per l’alimentazione del processo produttivo. Tale paradosso si regge su alcune convinzioni molto potenti che spingono i soggetti a perpetrarlo:

  • Il benessere collettivo deriva dalla somma dei singoli utili individuali, parte dei quali viene direttamente destinata alla collettività sotto forma di tasse e parte reinvestita a favore del proprio benessere, contribuendo quindi indirettamente alla crescita sociale. Ciascuno deve quindi occuparsi per prima cosa di ottenere il proprio profitto;
  • Le attività economiche sono funzionali al raggiungimento di un utile attraverso il quale l’individuo soddisferà i propri bisogni nel modo che considera più adatto a sé;
  • Maggiore è il benessere cui l’individuo può accedere grazie agli utili ricavati, maggiore sarà la sua soddisfazione;
  • L’economia è funzionale ai bisogni che possono essere soddisfatti attraverso una transazione di beni fra soggetti. Qualunque eventuale bisogno d’altro tipo che l’essere umano dovesse manifestare, non ha a che fare con l’economia e dunque essa non deve interessarsene.

   Il problema di un sistema economico i cui interpreti condividono queste credenze, è essenzialmente l’inconsapevolezza, o ignoranza, di almeno due evidenze fondamentali: per prima cosa del fatto che gli agenti economici non sono entità astratte, ma esseri viventi, che condividono e dipendono da un ambiente fisico e sociale di cui sono co-responsabili proprio in quanto esseri viventi. In ultima analisi è grazie alla salute di quell’ambiente che sussistono le pre-condizioni perché le interazioni economiche che li vedono coinvolti nel presente possano avvenire anche in futuro. Per tale ragione qualsiasi transazione dovrebbe fondarsi sulla consapevolezza, di tutti i soggetti coinvolti, di questa co-responsabilità che li accomuna al di là di un’apparente alterità. Questa è tuttavia una considerazione ancora di tipo funzionale, utilitaristico, semplicemente di livello superiore: invece di occuparsi meramente del proprio profitto (diretto), ciascun soggetto ricerca (o tutela) nella transazione anche un profitto sovra-individuale (indiretto) di cui comprende l’utilità, ed è disposto a rinunciare alla massimizzazione del primo in favore del secondo. Volendo semplificare ulteriormente, viene introdotta nel sistema (economico) una nuova caratteristica: la lungimiranza, che ne salvaguarda la sostenibilità. L’essere umano riconosce l’interdipendenza che contraddistingue la propria esistenza, sia a livello fisico (tutela dell’ambiente naturale) che sociale (tutela della comunità umana) e orienta le proprie azioni (economiche) anche in funzione di questa consapevolezza. Questa potrebbe davvero sembrare la miglior condizione possibile, il massimo “risultato” cui tendere in termini di modello di sviluppo maturato e comportamenti agiti. Eppure, anche se in modo molto più integrato, un sistema economico di questo tipo lascia irrisolto il paradosso basilare: il profitto continua ad essere il fine e il perno dei processi di cui l’Uomo (inteso come agente economico) è soltanto mezzo. Si resta quindi all’interno di una prospettiva fisico-materiale (che considera la Realtà, essere umano incluso, come finita) di tipo dualistico, ovvero: c’è un benessere personale da raggiungere attraverso delle azioni sempre più efficaci compiute sulla Realtà. Viene mantenuta quindi l’ontologica separazione fra sé e non sé, così come la tensione del primo verso il secondo, con l’obiettivo di ottenere benessere e colmare la distanza fra condizione attuale e condizione desiderata. Permane quindi anche il dolore, l’insoddisfazione che tale distanza genera e che nessun “benessere” può pacificare realmente, perché non risolve quella separazione da cui tutto ha origine. Un modello di sviluppo socio-economico che perpetua questo paradosso, per quanto illuminato, è esposto al rischio di collasso: non riuscendo a dare una risposta radicale al dolore fondamentale che accompagna e muove coloro che lo realizzano, è intrinsecamente debole.

   Considerato ciò, è dunque necessario domandarsi se sia davvero possibile ipotizzare un sistema economico che non graviti intorno al profitto, e soprattutto sulla base di quale consapevolezza abbia senso provare a farlo. A contrasto con la complessità del problema, la soluzione proposta parte da un’evidenza tanto semplice da sfiorare l’ovvietà: un’interazione economica è, prima di tutto, un contatto, un incontro fra individui; lo scambio presuppone in sostanza una relazione fra soggetti. Quella che sembra una banalità, in realtà nasconde qualcosa di essenziale: la Relazione (con i propri simili) rientra in quei bisogni fondamentali cui un essere umano deve dare soddisfazione per salvaguardare la propria salute. Come ormai ampiamente consolidato, l’appagamento delle necessità fisiologiche basilari e la salvaguardia dell’incolumità fisica non sono sufficienti a garantirci uno sviluppo sano. Per una crescita integrata dell’individuo è necessario che esso venga riconosciuto dai suoi simili e che si senta in relazione, in contatto con l’Altro, al di là di qualsiasi obiettivo specifico, riconducibile cioè ai bisogni fisiologici di cui sopra. Dunque la gratuità, l’assenza di scopo strettamente personale, è un elemento determinante per stabilire la buona qualità di una relazione: essa è tanto più nutriente quanto più è caratterizzata da una componente di gratuità. Ciò consente infatti all’essere umano di percepirsi come parte di qualcosa che trascende i suoi limiti fisici, pacificando l’ansia derivante dal senso di separazione che altrimenti accompagnerebbe l’intera esistenza. In ultima analisi, la Relazione consente di attivare e sviluppare quella consapevolezza di Unità che ci avvicina alla natura ultima della Realtà. Al contrario, una carenza o una devianza in termini relazionali induce comportamenti disfunzionali: chi cresce o vive in ambienti in cui i contatti con i propri simili sono carenti, inibiti o malsani (nel senso che mancano di gratuità) tenderà a sviluppare una solitudine esistenziale che si tradurrà in un rapporto conflittuale con la realtà.

   Ora, questo tipo riflessioni valgono per qualsiasi contesto specifico di azione che si ritiene indispensabile per la vita umana, dunque anche quello economico: un’economia che considerasse non pertinenti tali considerazioni sarebbe intimamente stupida oltre che dannosa. Nella misura in cui una transazione economica implica una relazione fra soggetti, perché possa rivelarsi “sana” è necessario che includa una componente di gratuità, ovvero: è fondamentale che entrambi i soggetti conferiscano un valore (non monetizzabile) alla relazione in quanto tale. La relazione viene cioè riconosciuta come un “bene”, o meglio come un ben-essere, con caratteristiche assolutamente peculiari. Per prima cosa si realizza solo in presenza di entrambe le parti ma non appartiene a nessuna delle due, si genera mentre si “consuma”; in sostanza la relazione trasforma l’Io in Noi, cioè offre l’opportunità ai singoli soggetti di percepirsi come sistema interdipendente (quale essi effettivamente sono, a vari livelli). Proprio per questo, l’intensità della soddisfazione/ben-essere personale che ne deriva è direttamente proporzionale a quella altrui, ovvero: tanto meglio si sente l’Altro, tanto meglio mi sento io. Se questo non accade, se la componente egoistica prende il sopravvento anche in uno solo dei soggetti, posto che egli riesca a ricavare effettivamente un vantaggio personale maggiore approfittando della disponibilità dell’altro, in realtà avrà alimentato inconsapevolmente quel senso di separatezza/isolamento che sta alla radice dell’insoddisfazione che si illude di poter risolvere comportandosi in quel modo. Non solo, avrà intaccato la fiducia dell’interlocutore, mettendo a repentaglio la possibilità di interagire con lui in futuro e rendendogli più difficile il fidarsi in generale. Viceversa, quanto più un soggetto economico è in grado di riconoscere il valore intrinseco della relazione, ricercarlo e promuoverlo in tutte le interazioni/transazioni che lo vedono coinvolto insieme ai suoi molteplici stakeholder, tanto più contribuirà a rendere l’ambiente fisico e sociale nel quale vive salutare (per sé e per gli altri).

   C’è poi un terzo aspetto da considerare, se vogliamo più sofisticato: l’eventuale ben-essere relazionale generato da una transazione è contemporaneo alla transazione stessa e riconducibile solo e soltanto al momento presente. Questo a differenza di una concezione tradizionale, in base alla quale lo scambio economico è semplicemente un mezzo che serve a portare l’individuo da una condizione di mancanza pre-scambio ad una di (temporanea) soddisfazione post-scambio, quindi in un certo lasso di tempo. La Relazione insomma fa spazio e dà valore al presente (senza negare la temporalità) con il suo potenziale di gioia immanente che include tutti i soggetti coinvolti; si genera dunque un valore aggiunto (non monetizzabile o acquistabile) che conferisce un Senso all’interazione, al di là degli scopi personali che l’hanno motivata. La dimensione del Fare si radica nell’Essere, acquisendo una forza creativa (ed evolutiva) inconcepibile in una visione meramente utilitaristica dell’economia.

   Il punto cruciale è che la nostra Umanità fiorisce e si manifesta solo se viene dato spazio all’Essere, in ogni ambito dell’esistenza, anche quello economico: un Mercato completamente orientato alla dimensione del Fare (fare business, fare profitto) è destinato fatalmente a dis-umanizzare coloro che lo abitano, producendo insoddisfazione e sofferenza (a vari livelli e intensità), creando danni sociali e ambientali, fino alla propria auto-distruzione. Oggi queste parole non sono più un monito o uno spauracchio, ma si riferiscono a un’esperienza che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. La dis-umanizzazione dell’economia è arrivata ad una soglia critica di insostenibilità che necessita un cambio di rotta perentorio, ancora in fase di elaborazione. Di sicuro, umanizzare il Mercato significa includere nel discorso economico i temi della Relazione, del Ben-Essere, dell’interdipendenza, della gratuità. Tutti concetti che stanno alla base di un modello, o per meglio dire un approccio, piuttosto interessante, che ha origini antiche e che recentemente sta vivendo una nuova primavera: si tratta dell’Economia Civile, che inquadra molte delle riflessioni fatte finora in una cornice coerente e a cui vale la pena dedicare uno spazio di approfondimento.

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