Paradigmi in Evoluzione 6

Economia CivileIpotesi di frontiera: l’Economia Civile

Alla ricerca di prospettive culturali alternative (in relazione a quanto espresso nei paragrafi precedenti), quella che ricade sotto il nome di Economia Civile si presenta come una delle più interessanti e stimolanti oggi in circolazione. A dire il vero le origini di questo approccio al discorso economico sono tutt’altro che recenti e risalgono all’Illuminismo italiano, in particolare alla scuola napoletana di Antonio Genovesi (1713-1769); tuttavia, è possibile ricostruire la progressiva elaborazione dei temi chiave propri dell’economia civile andando ancora più indietro nel tempo: ne troviamo ad esempio traccia nella prima fase dell’Umanesimo (a cavallo fra 3 e ‘400), e ancor prima nel medioevo cristiano dei comuni, risalendo fino alla civitas romana e alla polis greca. Per un approfondimento specifico su questo percorso storico-concettuale, si consiglia la lettura di due libri ad esso dedicati: “Economia Civile. Efficienza, equità, felicità pubblica” di Lugino Bruni e Stefano Zamagni (edizioni Il Mulino) e “L’ethos del mercato” sempre di Bruni (edizioni Mondadori).

   In questa sede ci limiteremo semplicemente ad esporre e riflettere sulle principali affermazioni e proposte che caratterizzano la tesi avanzata dell’economia civile. Cominciamo da una citazione tratta dal libro sopra citato di Bruni e Zamagni:

 L’idea centrale, e di conseguenza, la proposta dell’economia civile, è una concezione che guarda all’esperienza della socialità umana e della reciprocità all’interno di una normale vita economica, né a lato, né prima, né dopo. Essa ci dice che i principi «altri» dal profitto e dallo scambio strumentale possono – se si vuole – trovare posto dentro l’attività economica. […] è il momento economico stesso che, in base alla presenza o assenza di questi altri principi, diventa civile o in-civile. 

Ecco che emergono due concetti chiave: quello di socialità e quello di reciprocità. Con il primo si intende e afferma la natura sociale positiva dell’uomo, ovvero la spinta dell’essere umano a cercare la relazione con i propri simili non per mero utile personale (secondo la tesi hobbesiana) ma per bisogno fondamentale di ri-conoscimento, possibile solo attraverso l’incontro con l’altro da sé. La reciprocità è poi lo strumento attraverso il quale costruire relazioni sociali solide: si tratta di un principio in base al quale un soggetto fa qualcosa per (il bene di) qualcun altro senza prima aver concordato con il beneficiario uno scambio di equivalenti a compensazione e senza esigere che gli venga corrisposto, ma semplicemente con la fiducia e l’aspettativa che l’altro (o un qualche altro membro della stessa comunità) farà la stessa cosa con lui in futuro (o l’ha fatta in passato). Si tratta, in sostanza, dell’aver a cuore la felicità altrui e contribuire ad essa. E’ qualcosa di differente rispetto alla semplice solidarietà o filantropia, che non necessitano l’incontro, la conoscenza, l’esperienza con colui verso cui sono destinate. La reciprocità implica un contatto, che svela una relazione di interdipendenza più o meno sottile e diretta fra le parti, l’appartenenza ad un unico sistema. Quindi, in qualche modo, la reciprocità evoca una forma di gratuità, cioè di azione compiuta per sé stessa, senza secondi fini o ricerca di vantaggio diretto. Si può dire che l’obiettivo dell’azione è la relazione, ovvero nella relazione che si realizza attraverso il gesto viene percepito un valore intrinseco. Ad esso si sommerà un valore aggiunto, che consiste nel consolidamento di una pratica/attitudine (la reciprocità) che più viene agita più si consolida come prassi, fortificando la coesione sociale creando ben-essere e dunque felicità collettiva. Ne consegue che una società che intenda crescere in modo armonico dovrà trovare il modo di inserire nella tradizionale dialettica fra efficienza ed equità un terzo elemento, la reciprocità: solo un bilanciamento fra queste tre direttrici genera una condizione di reale ben-essere sociale. Laddove mancasse questo elemento, le derive privatiste o stataliste (di cui si sono ormai ampiamente sperimentati i pesanti limiti) sarebbero inevitabili.

   La proposta dell’economia civile non è dunque quella di una transizione totale dalla cultura dello scambio di equivalenti a quella della reciprocità, ipotesi quantomeno inverosimile. Quella che viene suggerita è piuttosto la possibilità di includere all’interno di un Mercato governato dal meccanismo dello scambio di equivalenti il principio di reciprocità, fino ad oggi lasciato ai margini e concepito come accettabile solo per enti dichiaratamente non-profit e attivi nell’ambito sociale, nel senso più riduttivo del termine. Come abbiamo ormai sperimentato, l’estromissione o la marginalizzazione spinta di un fondamento civile (ed etico) dal discorso economico si rivela assolutamente nefasta per il Mercato stesso. Come descritto nei paragrafi precedenti, il paradigma dell’homo oeconomicus (con tutte le convinzioni che porta con sé) si è rivelato mortifero: la iper-efficientizzazione dei processi per la massimizzazione dei profitti, unita all’indifferenza etica e alla non curanza ambientale hanno portato ai limiti del collasso il sistema che avrebbe dovuto garantire la felicità e ha invece generato insoddisfazione per i (pochi) benestanti e sofferenza per tutti gli altri. Abbiamo confuso la felicità con la comodità e il benessere materiale e il sogno si è trasformato in incubo: disgregazione sociale, aumento del senso di isolamento e separatezza negli individui, corruzione e criminalità dilaganti, compromissione dell’ambiente naturale. Per “svegliarci” e prendere una strada più umana, l’economia civile suggerisce di ripartire dalla reciprocità, integrandola nel Mercato, così da inquadrare la dinamica economica entro una prospettiva etica non imposta dall’alto ma coltivata dal basso. Come si legge nel già citato libro di Bruni e Zamagni:

[…] Ecco perché non ha senso, né giova, porre il problema della scelta esclusiva fra principio di reciprocità e principio dello scambio di equivalenti. Non giova ad alcunché, anzi è dannoso, perché, lo ripetiamo ancora, un’economia umanizzante ha bisogno di entrambi i principi. […] Il mercato non si regge, a lungo, sul solo principio del profitto. E’ ingenuo pensare di fondare con successo tutti i tipi di transazione sulla cultura dello scambio di equivalenti. Se questa cultura diventasse egemone, la responsabilità individuale verrebbe a coincidere con ciò che si è contrattualmente pattuito. Ciascuno farebbe sempre e soltanto ciò che è di “sua competenza”, con conseguenze grottesche facilmente intuibili. Se la cultura dello scambio di equivalenti non si integra con quella della reciprocità è la stessa possibilità di progresso ad essere minacciata.

   Ma come può avvenire concretamente questa progressiva integrazione? Essenzialmente a tre livelli. In primo luogo attraverso l’adozione di comportamenti e practice orientati alla reciprocità da parte delle organizzazioni for profit: entriamo in quell’area che viene generalmente definita “responsabilità sociale d’impresa”, ovvero una politica gestionale intra e inter organizzativa fondata sul principio di equità nei confronti di tutti gli stakeholder coinvolti nei processi aziendali. Tuttavia qui viene proposto un ulteriore passaggio, che fa evolvere la responsabilità sociale in responsabilità civile, ovvero: non solo ci occupa della sostenibilità a 360 gradi dell’attività dell’impresa, ma parallelamente agli obiettivi economici si stimola la “produzione” di un capitale sociale (così come inteso in sociologia) che miri alla costruzione di una rete di relazioni che sostengano il sistema/comunità di cui l’organizzazione si sente parte integrante. Ciò vuol dire abbattere il muro che separa l’individuo-lavoratore dall’individuo-cittadino e quello che vede l’impresa come ente super partes rispetto alla società civile in cui è inserita. Come a dire: la ricerca e la creazione di un vantaggio economico non può essere realizzata né a scapito del ben-essere di chi lo persegue, né della comunità entro cui ciò avviene. Laddove il concetto di ben-essere implica una felicità che si rivela intimamente relazionale, come dice Antonio Genovesi nella sua autobiografia:

[…] fatigate per il vostro interesse; niuno uomo potrebbe operare altrimenti, che perla sua felicità; sarebbe un uomo meno uomo: ma non vogliate fare l’altrui miseria; e se potete, e quanto potete, studiatevi di fare gli altri felici. Quanto più si opera per interesse, purché non si sia pazzi, si debb’esser virtuosi. E’ legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri.

   C’è poi un secondo livello di traduzione operativa dei principi di economia civile, e riguarda la nascita di imprese il cui esplicito e primario intento sia il perseguimento di un interesse pubblico: dall’istruzione all’edilizia popolare, dall’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati alla promozione culturale. Negli Stati Uniti questo tipo di organizzazioni ha preso il nome di Benefit-Corporations (B-Corps) ed il loro numero è in costante aumento, tanto che in alcuni Stati (California, New Jersey, Maryland, Virginia…) sono ormai riconosciute anche da un punto di vista legislativo. In Inghilterra vengono definite Community Interest Companies (CIC), ovvero compagnie le cui attività hanno principalmente obiettivi sociali e i cui profitti sono re-investiti nello sviluppo della comunità di riferimento. In Italia la forma societaria più diffusa e storicamente consolidata che più si avvicina a questi modelli è l’Impresa Sociale.

   A tutto ciò si aggiunge un terzo livello, che include tutte quelle organizzazioni le cui attività sono formalmente “non a scopo di lucro”: le cosiddetto non-profit. A questa categoria appartengono una gran varietà di identità organizzative, cha va dalle associazioni di volontariato alle Organizzazioni Non Governative, passando per le associazioni di promozione sociale. Una tipologia in particolare rappresenta, secondo Zamagni, il prototipo per eccellenza di Impresa Civile: si tratta della Cooperativa Sociale, particolarmente presente nei settori socio-sanitario ed educativo. Essa è caratterizzata da due aspetti peculiari: innanzitutto tende a sviluppare un modello inter e intra organizzativo di tipo orizzontale (cooperativo, per l’appunto) e in secondo luogo i beneficiari dell’attività (ad esempio persone diversamente abili da inserire nel mondo lavorativo) non sono semplicemente assistiti, ma partecipano e contribuiscono all’attività stessa secondo un principio di uguaglianza.

   Due sono le considerazioni che scaturiscono da questa visione panoramica sulle strade percorribili dall’Economia Civile nel mondo contemporaneo. La prima è che, al di là di una graduatoria di merito o di valore, esistono concrete possibilità di integrazione fra Mercato ed etica civile, fra economia basata sullo scambio di equivalenti ed economia fondata sulla reciprocità. Le due dimensioni non sono inconciliabili fra di loro e anzi, oggi come non mai è necessario e possibile dimostrare concretamente il contrario. La seconda riflessione, conseguente, è che si sta assistendo ad una proliferazione (seppur ancora statisticamente marginale) di esperienze e di pratiche di economia civile, a tutti i livelli: le aziende attente a tematiche sociali e ambientali, alle condizioni di lavoro (ben-essere) dei propri dipendenti e al dialogo costruttivo con la/e comunità di riferimento sono certamente in aumento; allo stesso modo crescono in numero e in tipologia le B-Corps, le CIC e le Imprese Sociali, così come le organizzazioni non-profit (di vario genere e natura) che sempre più spesso sostituiscono o integrano lo Stato in quei settori che il welfare pubblico non è in grado di coprire (servizi socio-sanitari, socio-assistenziali, educativi…). Ciò significa due cose: innanzitutto l’ennesima conferma dell’inattendibilità dell’Homo Oeconomicus come riferimento paradigmatico; all’interno di quella cornice antropologica non ci sarebbe spazio per l’emergere di comportamenti come quelli che, ad esempio, caratterizzano tutto il mondo del non-profit, in primis il volontariato. Non solo, in quel modello sarebbe impensabile che un’azienda rinunciasse anche solo a parte del proprio profitto diretto in nome di un Bene Comune indiretto, cosa che invece accade nelle tipologie di impresa sopra citate. Dunque sebbene si sia ancora in alto mare e i motivi di preoccupazione (a ragion veduta!) siano molti, è un fatto che il collasso dei Mercati che ci ha sprofondati in una crisi senza precedenti stia effettivamente stimolando la nascita di sistemi alternativi non solo teorici. Anzi, probabilmente se c’è una lezione che dovremmo imparare è la diffidenza nei confronti di teorie e modelli congegnati a tavolino, recuperando piuttosto sensibilità nei confronti del mondo Reale, in cui la felicità passa più dalla qualità delle relazioni piuttosto che dalla disponibilità economica, o meglio, la seconda variabile ha senso solo in funzione della prima. Infatti, se c’è una cosa su cui l’economia civile insiste, è proprio la centralità della relazione nell’esperienza umana, motivo per cui non può in alcun modo essere estromessa dal discorso economico, pena la sua dis-umanizzazione. Considerata quindi l’importanza di questa dimensione, conviene dedicarle una riflessione un po’ più approfondita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...