Paradigmi in Evoluzione 7

matisse-la-danza-the-danceIl Principio Relazionale

Sulla base delle considerazioni fatte finora, risulta evidente che il processo di umanizzazione del Mercato passa dall’integrazione, nelle dinamiche economiche, del Principio Relazionale, ovvero dal considerare l’incontro fra i soggetti coinvolti in una transazione perlomeno altrettanto importante rispetto al profitto che essi intendono raggiungere attraverso di essa. Nella misura in cui la ricerca di un mero vantaggio personale prende il sopravvento sulla relazione (che quindi diventa, insieme all’interlocutore, puramente strumentale), ecco che si spalancano le porte della sofferenza, individuale e collettiva. Per quale ragione? Perché un approccio strettamente utilitaristico al discorso economico consolida e rafforza il senso di separazione fra sé e non sé, fra soggetto e mondo esterno; chiude la persona all’interno di un sistema auto-referenziale illusorio che, nel tentativo di proteggersi dal dolore, ne coltiverà i semi. Come abbiamo già avuto modo di dire, l’“economia del vantaggio” non riesce (e nemmeno può) mantenere le promesse che fa a coloro che la perseguono: può produrre benessere e comodità, può aumentare il numero di opportunità e le varietà di scelta (di prodotti e servizi disponibili), può consentire l’accumulazione di beni e di potere, ma offre tutto questo ad un prezzo (per l’appunto) decisamente troppo alto. Per prima cosa generando disuguaglianze e iniquità, soprattutto su scala macroscopica, e andando progressivamente a compromettere l’ambiente (naturale e sociale) che la alimenta; ma soprattutto senza riuscire a riempire realmente quel vuoto che è origine e causa della sua stessa edificazione: il vuoto che deriva dal sentirsi soli, intimamente separati dalla realtà esterna così come dagli Altri, abbandonati in un mondo che quindi va conquistato, posseduto, divorato, metaforicamente e non. Il punto è che più cercherò di mettermi al riparo accumulando vantaggi di qualsiasi tipo, più quel vuoto andrà ad allargarsi, perché quei vantaggi consolideranno il mio Ego, ovvero l’illusione di essere distinto, auto-sostanziale, esistente di per sé rispetto alla Realtà percepita. Alimentando unicamente e voracemente quello che possiamo chiamare il nostro “piccolo sé” si rinuncia alla possibilità di coltivare il contatto con il “grande sé” che trascende (pur salvaguardando) l’identità personale e dissolve l’illusione di apparente separatezza (e dunque di conflitto) con la Realtà.

   Queste, che sembrano riflessioni tra il metafisico e lo spirituale, trovano riscontro nella vita di tutti giorni e ciascuno è costretto a farci i conti, oggi più che mai: la crisi economica e sociale nella quale siamo caduti non è altro che la necessaria conseguenza di un paradigma affermato e perseguito in più di 200 anni, che ha semplicemente rivelato i suoi punti deboli. Ma così come siamo stati la causa della nostra rovina, altrettanto possiamo esserlo della nostra fortuna, laddove l’accento va posto su “nostra”, inteso nel senso di collettiva. E la collettività presuppone relazione, presuppone la consapevolezza dell’interdipendenza e dell’intima unità del sistema-mondo di cui siamo parte integrata e integrante. Ecco perché coltivare relazioni sane ha un valore di per sé, al di là del vantaggio economico che ne possiamo trarre. A questo punto la domanda potrebbe essere: da cosa sono contraddistinte queste “relazioni sane”? La risposta più essenziale e diretta è probabilmente racchiusa nel motto che ha condensato i principi ispiratori della rivoluzione francese, evento che ha segnato l’inizio della storia contemporanea: uguaglianza, libertà e fraternità. Quando una relazione (intesa come incontro fra persone) si sviluppa su un piano di parità (di diritti), garantisce e anzi amplia la libertà reciproca (di autodeterminazione) ed è mossa dal desiderio di contribuire alla felicità altrui (attraverso la realizzazione concreta dei due principi precedenti), possiamo dire che è sana, ovvero che dà valore a entrambe le parti affermandone l’umanità. Il concetto stesso di società, di vita comunitaria civile si fonda su questi principi, che tuttavia un’economia di tipo utilitaristico come quella che ha guidato il Mercato finora erode progressivamente, con conseguenze tanto paradossali quanto mostruose. Mai come oggi gli strumenti di comunicazione, l’accesso alle informazioni, il benessere materiale sono stati a disposizione di un numero così ampio di persone (seppur irrisorio se paragonato alla popolazione mondiale): eppure questo “progresso” non solo è stato raggiunto attraverso la massiccia compromissione delle risorse e dell’ambiente naturale, ma ad essa è corrisposta un altrettanto pericolosa disgregazione sociale e civile: in parte alimentando ed esasperando le iniquità fra ricchi e poveri (persone, gruppi, paesi, continenti), in parte compromettendo la qualità e la resistenza delle relazioni e delle comunità, tanto a livello micro quanto macroscopico. E questo perché, in una cultura industriale che ha dato sempre più peso alla dimensione del Fare e dell’Avere, l’approccio utilitaristico-individualistico che governava l’economia ha finito per contaminare anche gli altri ambiti della vita sociale. L’uguaglianza e la libertà sono diventate sempre più presunte che reali, spesso e volentieri confuse con la comodità, mentre la fraternità è stata marginalizzata dalla competizione, in un’eterna (e fratricida) lotta di Ego vanitosi in famelica (e vana) ricerca di auto-affermazione. Il risultato è semplicemente quello che abbiamo di fronte ed intorno a noi: incredibili opportunità di comunicazione e aumento del senso di solitudine, alto livello di comfort e bassa qualità di vita, ampie possibilità di scelta e ristrettissimi margini di felicità, enormi progressi tecnologici alle spalle e pesanti incertezze sul futuro.

   Ma allora come uscirne? Da dove cominciare? Certamente indietro non si può tornare (e poi tornare dove?), dunque si deve partire da quel che c’è qui e ora: e quel che c’è è una società complessa in cui il concetto di vita sociale è estremamente flessibile e sfumato. Innanzitutto è facile che accada di vivere una quotidianità distribuita all’interno di molteplici comunità, spesso impermeabili fra loro, non più soltanto fisiche ma anche (o solo) virtuali. I ruoli interpretati in questi contesti variegati possono essere anche molto distanti fra loro, contando sul fatto che i margini di contatto e quelli di esposizione in e fra di loro sono facilmente controllabili (soprattutto a livello virtuale). Tutto ciò, sostenuto e orientato da una cultura marcatamente utilitaristica, ha come effetto l’indebolimento delle relazioni che reggono tali (sempre più pseudo) comunità, regolamentate da norme e contratti che minimizzano i rischi derivanti da una vera “esposizione all’Altro”. L’iper-burocratizzazione e il sempre più diffuso ricorso alla legge per dirimere conflitti o contenziosi in qualsiasi contesto (lavoro, famiglia, scuola, sanità…) rivelano un’intenzione socio-culturale orientata alla difesa/protezione dall’Incontro più che alla sua promozione, come invece sembrerebbe. In ambito strettamente economico questa sterilizzazione relazionale si amplifica ulteriormente e il mondo della finanza è forse la metafora (drammaticamente reale) più potente della dis-umanizzazione e spersonalizzazione del Mercato. Ormai non è poi così strano che i propri business-partner siano poco più che sconosciuti, di cui talvolta nemmeno si conosce il volto, non essendo necessario per raggiungere accordi commerciali e fare affari: ciò che conta è il maggior utile ottenibile, per il resto ci sono regole e contratti (talvolta da aggirare, se possibile). Questo scenario è ulteriormente complicato dal fatto che la distanza fra azione ed effetto, con l’avvento dell’era industriale, è diventata via via più grande. Nell’epoca delle organizzazioni complesse e della parcellizzazione dei processi produttivi, delle esternalizzazioni e delle acquisizioni, delle delocalizzazioni e dei mansionari, non è difficile che accadano 2 cose: i soggetti agiscano per massimizzare i propri vantaggi (qualunque essi siano) senza curarsi degli effetti a cascata delle loro azioni (e ciò è tanto più probabile e impattante quanto più si “sale” nelle gerarchie); si perda il Senso, il valore intrinseco, del proprio agire professionale, con pesanti ricadute psicologiche anche nella vita privata. In sostanza l’aumento della complessità sociale (e organizzativa) in una cornice culturale utilitaristica diminuisce il senso di responsabilità diretta del proprio agire e la percezione d’interdipendenza, fomentando la sensazione di isolamento e anonimato che viene combattuta a suon di competizione (più o meno violenta) o a cui si soccombe miseramente. Un terreno di questo tipo non stimola di certo la fioritura di relazioni sane, al contrario le inibisce, in un circolo vizioso disumanizzante di cui stiamo oggi osservando gli effetti più espliciti, dentro e fuori di noi.

   L’inversione di questa spirale auto-distruttiva passa probabilmente da due strade, interconnesse fra loro. Dal punto di vista economico, invece che ingegnarsi a trovare nuove teorie da appiccicare alla Realtà, sarebbe sufficiente osservare e valorizzare gli esempi già esistenti di singole imprese e reti che stanno sperimentando a vari livelli approcci gestionali inter e intra organizzativi orientati alla promozione del ben-essere collettivo, secondo principi di uguaglianza, libertà e fraternità. Osservare significa studiarne il percorso, le scelte, le strategie, gli effetti; valorizzare vuol dire diffonderne la conoscenza, premiarle formalmente, promuovere la diffusione e l’ulteriore miglioramento delle best-practice; in un processo che parta dal basso, sostenuto dalla formazione e dalla ricerca, piuttosto che imposto dall’alto con modelli preconfezionati o congegnati a tavolino e norme puramente limitative. Per quanto le teorie, come fossero “formule magiche”, ci rassicurino, esse sono spesso fonte di guai, perché presuppongono un’intenzione d’imbrigliamento definitivo della Realtà, impermanente per definizione. E oggi come non mai c’è decisamente più bisogno di buoni esempi più che di buone teorie. Il punto è che i buoni esempi sono realizzati da persone piuttosto che da idee o principi, persone che li manifestano e incarnano: un Mercato più umano implica quindi necessariamente soggetti, persone più umane e dunque il vero punto di partenza non può che essere quello. La libertà, la fraternità e l’uguaglianza non funzionano e non possono funzionare come norme di vita o virtù morali imposte (o anche auto-imposte) forzatamente, in qualunque ambito o modalità. Esse vanno comprese, integrate dal e nell’individuo attraverso un processo, un percorso di consapevolezza, che agli esempi esteriori affianchi la riflessione interiore, così da poter a sua volta diventare “generatore di buoni esempi”. In un’epoca così socialmente disgregata, dove anche i tradizionali punti di riferimento pedagogici (famiglia, scuola, comunità religiosa…) vacillano, sta al singolo muovere il primo passo, interrogarsi e dare ascolto al proprio mal-essere e/o a quello osservato fuori di sé. Le opportunità per sviluppare di conseguenza le riflessioni che scaturiscono da questa apertura sono molteplici (percorsi di crescita personale, movimenti sociali, gruppi di ricerca, scuole di pensiero, esperienze comunitarie e organizzative sperimentali…) e probabilmente ancora non consolidati. Di sicuro, anche in questo caso, sarebbe poco intelligente definire modelli standard, preordinati, Giusti, perché vorrebbe dire ignorare la varietà delle esperienze e delle sensibilità soggettive.

   Per concludere, vorrei ricordare cosa afferma il buddhismo, inteso come tradizione spirituale e filosofica: sostiene che la pratica della consapevolezza, col tempo, generi l’emersione di 4 qualità, 4 attitudini, che costituiscono il nucleo distintivo dell’essere umano, ciò che lo rende pienamente tale. Esse sono la compassione, l’equanimità, la gioia per la gioia altrui e la gentilezza amorevole. Il contatto con la natura ultima della Realtà fa sorgere naturalmente nel soggetto questi modi di Essere, che possiamo considerare come attributi della Felicità. Forse, a prescindere dalla strada che conduce a quella meta invisibile (ma profondamente reale e impattante), ciò che ciascuno ha l’opportunità di fare per il proprio bene e per quello del sistema relazionale d’interdipendenze di cui è parte, è orientarsi in quella direzione. E anche se sembra impossibile o addirittura folle immaginare un Mercato che accolga in sé queste qualità, oggi come mai prima d’ora possiamo renderci conto di quanto sia stato folle convincerci del contrario. Risvegliati violentemente da un sogno disumano, abbiamo l’occasione di iniziare a coltivare una Realtà finalmente umana.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...