Viaggio verso… 7

mindfulness-rxMeditazione in azienda (seconda parte)

Come abbiamo visto nel precedente capitolo, le pratiche di consapevolezza stanno ormai diventando uno “strumento” piuttosto diffuso in ambito organizzativo per ridurre lo stress dei dipendenti e migliorare la qualità dell’ambiente lavorativo. Ma in che modo esattamente questo è possibile? Quali sono i benefici che derivano da queste pratiche? E, prima ancora, in cosa consistono?

Dunque, innanzitutto per ‘pratiche di consapevolezza’ s’intende quell’insieme di esercizi e tecniche volti essenzialmente ad allenare l’attenzione ed in particolare a dirigerla in modo intenzionale, continuativo, aperto e non giudicante al momento presente. Il fuoco dell’attenzione può essere a seconda dei casi il respiro, le sensazioni del corpo (tattili, acustiche, gustative), l’attività mentale, uno stato emotivo, un oggetto fisico etc… A prescindere dal fatto che siano statiche (meditazione) o dinamiche (yoga, tai chi, qi gong…) il loro obiettivo comune è sviluppare in chi le coltiva la capacità di essere consapevole di ciò che occupa la coscienza istante dopo istante. Questo movimento riflessivo genera un processo di dis-identificazione che pone una sorta di distanza fra colui che osserva/percepisce e ciò che viene osservato/percepito; tale distanza rende possibile accettare ed integrare la realtà (intesa come momento presente) invece che limitarsi a reagire automaticamente ad essa: un’attitudine di questo tipo, oltre a diminuire il livello di conflittualità interiore, offre al soggetto una maggior libertà di scelta.

Esiste ormai un’ampia letteratura scientifica che sostiene con dati solidi i benefici che una pratica meditativa costante porta con sé. Fra coloro che hanno reso tutto ciò possibile un posto d’onore lo merita certamente Jon Kabat Zinn, medico statunitense, che alla fine degli anni ’70 introdusse presso l’ospedale universitario di Worcester nel Massachusetts un protocollo clinico destinato a pazienti affetti da malattie croniche basato su pratiche di consapevolezza: l’MBSR, Mindfulness Based Stress Reduction. Il protocollo non mirava infatti  a curare la patologia specifica quanto a modificare il modo in cui i pazienti si relazionavano ad essa, riducendo lo stress percepito: l’intenzione era quella di renderli più resilienti e meno condizionati da reazioni emotive automatiche (di rifiuto del disagio). Le tecniche proposte ai partecipanti durante il protocollo erano mutuate da tradizioni di cui Kabat Zinn era appassionato e cultore (meditazione vipassana e yoga), spogliate però da connotazioni religiose e rese intellegibili per un cittadino occidentale medio. Il buon esito di questo esperimento e la successiva apertura della Clinica per la Riduzione dello Stress diedero il via ad un movimento scientifico e culturale che ruotava intorno alla Minduflness, intesa sia in senso stretto (direttamente riconducibile a Kabat-Zinn) sia in senso lato (altri tipi di approcci o percorsi). Al centro dell’attenzione c’era principalmente lo studio degli effetti fisiologici, psicologici e sociali delle pratiche di consapevolezza, oltre che la loro diffusione soprattutto nei contesti organizzativi strutturati (sanitari, educativi, aziendali…). Non sorprende quindi se nel giro di poco più di trent’anni è stata prodotta una mole di dati decisamente considerevole (e in costante aumento), che ha permesso di mettere in luce alcune macro-evidenze significative: dal punto di vista fisico, lo sviluppo della consapevolezza mindful contribuisce direttamente a migliorare la capacità di guarigione del corpo, la risposta immunitaria, la resilienza nei confronti di fattori stressanti, garantendo in generale un miglior benessere del corpo. Neurologicamente, è emersa una stretta correlazione fra pratiche di consapevolezza e aumento della neuroplasticità (a carico soprattutto della corteccia anteriore e prefrontale), con conseguenti effetti positivi sia sulla dimensione cognitiva che emotiva. L’impatto della mindfulness sulla sfera emotiva si è rivelato particolarmente intenso: miglioramento della capacità di regolazione emozionale, riduzione degli asset mentali negativi, aumento della capacità di “sintonizzazione” interpersonale. Daniel Siegel, uno dei più autorevoli ricercatori in ambito clinico, nel suo libro “Mindfulness e Cervello” ha riassunto le 9 principali funzioni sulle quali una mente Mindful agisce positivamente: regolazione corporea, comunicazione sintonizzata, equilibrio emotivo, flessibilità di risposta, empatia, insight, modulazione della paura, intuizione, moralità.

E’ evidente che benefici come quelli elencati consentono ad una persona di “funzionare meglio” in qualsiasi contesto, compreso quello lavorativo. Imparare a metabolizzare lo stress (qualunque siano le forme in cui esso si manifesta) permette infatti di svolgere le proprie mansioni in modo più efficace (lucido, presente, equilibrato, aperto, empatico…) e genera ambienti professionali più ecologici, riducendo il numero e l’intensità dei conflitti. Non è dunque un caso se, come abbiamo visto nel precedente capitolo, le pratiche di consapevolezza sono ormai state adottate da molte delle più importanti aziende (soprattutto anglo-americane) per promuovere il ben-essere organizzativo interno. Tuttavia bisogna stare molto attenti: quest’esplosione di interesse e notorietà rischia di snaturare il senso profondo che l’approccio Mindful porta con sé, finendo per diventare uno strumento “alla moda” utilizzato per rendere le persone semplicemente più resistenti ai carichi di lavoro e accondiscendenti. In realtà l’incontro fra la sapienza orientale (da cui la quasi totalità delle pratiche mindful oggi diffuse deriva) e la cultura imprenditoriale occidentale ha un potenziale trasformativo enorme, sul quale vale la pena riflettere. Cosa che faremo nella prossima tappa del nostro viaggio, che includerà anche un focus sulla diffusione in Italia delle pratiche meditative in contesti aziendali.

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